martedì 27 dicembre 2016

QUANDO I MITI DELLA MUSICA CI LASCIANO, SCOPRIAMO L'EPOCA DELLA GIOVENTU' TRADITA

Anni di spensieratezza: i gloriosi "Wham!"
David Bowie, Prince, George Michael. Immagini di freschezza creativa, di vitalità, di gioventù eterna da un'età dell'oro musicale che s'allarga fino ad abbracciare tre decadi.
Le loro morti premature ci dicono che tutto è un'illusione, che nulla è eterno, che anche i tronchi di querce secolari possono essere spezzati dal vento del destino. Ciò che non è un'illusione è sicuramente la loro eredità musicale. Ma si tratta di “eredità”, appunto: roba di un passato museale destinato a essere oggetto di rimpianti da qui all'eternità. Perché questa eredità musicale è – specialmente dopo la progressiva distruzione della scena musicale operata dalle varie boyband e shock-artists che sopperiscono alla mancanza di talento con l'effetto speciale di loro costumi e culi (Lady Gaga, Miley Cyrus) dagli anni '90 in poi - destinata a rimanere impareggiata.
Anche le sorti magnifiche e progressive della musica quindi si sono rivelate un'illusione, cosa che doveva comunque essere già chiara dal decadimento dell'offerta musicale nel passaggio dai '70 ai (pur sempre straordinari) '80.

E il passaggio dialettico dalla crisi della musica alla crisi della società è affare di un attimo. Perché musica e società vanno a braccetto. Il decadimento è palese, se pensiamo al contrasto fra le speranze di conquista di un futuro spaziale destate dallo sbarco sulla Luna e la realtà recente di un Occidente assediato dalle forze del totalitarismo islamico che premono alle sue porte e conquistano spazi culturali, politici e giurisdizionali [la Sharia è realtà in molti quartieri-ghetto di paesi come il Belgio, la Svezia, la Germania, l'Inghilterra, la Francia, e l'Italia (1)]. Dal 2000, come età che si favoleggiava portatrice di incredibili rivelazioni tecnologiche, al Medioevo del VII secolo, dove la tecnologia è usata dall'Isis per diffondere lo spirito della Jihad.
E allora tuffiamoci nella memoria di un'epoca – per me gli anni '80 – in cui, da adolescenti brufolosi, ci cullavamo nelle nostre giovanilistiche illusioni. E la più grande illusione era proprio quella che queste illusioni fossero realtà possibili in un futuro in cui la tecnologia – tra le altre forze – avrebbe determinato il miracolo antropologico di un uomo migliore. E di una vita migliore, non solo più comoda. Il punto è che sarebbe potuta effettivamente andare così: quelle illusioni non erano poi così tali. Sarebbe bastato cogliere avvisaglie e segnali per parare le minacce, e approfittare della nuova ricchezza e dello slancio di inedite aperture offerte dalle nuove tecnologie (e non solo) per realizzare il sogno di un'umanità migliore. Ma abbiamo preferito la strada che ci avrebbe portati indietro.

Spesso, la differenza che passa tra l'illusione e la realtà è l'impegno. L'impegno, se non altro, a conservare ciò che si è raggiunto. La vita spesso promette ciò che non può mantenere, ed è impensabile poter per sempre mantenere sul mondo lo sguardo del bambino o dell'adolescente. Ma per tutto il resto, nessuna illusione è tale se c'è l'impegno a realizzar ciò di cui è fatta. Invece, abbiamo sostanzialmente abdicato a tutto, e il ritorno alla barbarie medievale è una realtà spesso troppo pesante da ammettere. Un segnale di ciò è – come sempre nei periodi di crisi culturale, in cui i pilastri della civilizzazione vacillano - il rampante antisemitismo.
Nel tradire le nostre illusioni, la nostra epoca ci ha derubati della giovinezza molto più di quanto potesse fare il tempo. La vera vecchiaia è quella della giovinezza tradita, perché il tradimento uccide ciò di cui la giovinezza è fatta: le sue speranze, le sue illusioni, i suoi progetti. Quella dei giovani nell'Italia (ma non solo) di oggi è appunto il consumarsi di un tradimento lungo 30 anni: dalle canzonette di allora, che ci facevano sognare, alla disoccupazione cronica di oggi, che fa parlare a ragione di una "generazione perduta".
E allora tuffiamoci nella colonna sonora di quella gioventù tradita, nella speranza che la poesia e energia di quelle canzoni ci facciano dimenticare che stiamo compiendo un rito sepolcrale.

(1) “Così a Milano è cresciuta una piccola Molenbeek, pronta a incendiarsi”, Il Foglio, 3/08/2016.

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